E' interessante notare come Occidente e Oriente differiscano essenzialmente per una differente prospettiva di analisi della realtà e della storia. L'Occidente con i suoi duemila anni di civiltà cristiana ha elaborato un complesso sistema di pensiero che pone l'individuo come soggetto principale della storia. La persona umana nella sua singolarità e unicità acquista valore come specchio dell'entità divina unica e indivisibile.
Culla del pensiero individualista sono sicuramente gli Stati Uniti d'America in cui il mito dell'"eroe solitario" ha acquistato valenza epica. La carta dei diritti, la costituzione, l'insindacabile diritto alla felicità, hanno creato un' etica di stampo protestante dove la ricchezza e il successo economico sono segno della grazia di Dio e della salvezza.
In Europa l'individualismo ha avuto connotazioni più sentimentali e romantiche e a causa delle diverse strutture politiche anche combattenti ed anarchiche. Il culto della personalità, l'idea del superuomo, sono tutti schemi teorici elaborati per risollevare un umanità appiattita dal ripetitivo lavor in fabbrica, dalla spersonalizzazione che si verifica nelle grandi metropoli e nei grandi agglomerati urbani, dalla schiavitù dell'etica del profitto a tutti i costi.
In Oriente e soprattutto in Cina le strutture etico-morali non hanno quasi mai posto l'uomo ad interrograsi sul suo essere ultimo. La comunione con la natura, valore celebrato da ogni etica e filosofia, ha da sempre posto l'essere umano in relazione con qualcosa o qualcuno.
Le varie forme di buddismo, taoismo, scintoismo, non si sono mai poste il problema di un dio unico ma il molteplice ha sempre prevalso nelle scale dei valori del singolo.
Sin dall'antichità la comunità di villaggio ha rappresentato un ideale di vita dove i valori della solidarietà, l'appartenenza ad un clan, l'essere interdipendenti gli uni dagli altri era essenziale se non vitale. Il senso stesso dell'onore del perdere la faccia non era mai considerato rispetto a valori o virtù morali assoluti ma unicamente in relazione a cosa gli altri appartenenti del gruppo o del clan avrebbero pensato.
La figura stessa dell'eremita ha valenze contrapposte in Occidente e in Oriente. Un occidentale esaminando questo concetto pensa subito al saggio che rifugge il mondo luogo di perdizione e di vizio, e si ritira in un eremo solitario per pregare come per esempio avveniva all'alba del cristianesimo dove molti santi erano eremiti.
In Oriente la figura dell'eremita richiama subito un esiliato, un fuori casta, qualcuno che per colpe gravi sconta la propria pena con l'isolamento. Il saggio confuciano che caduto in disgrazia nella corte si ritira nelle sue terre ai confini della civiltà, il colpevole di qualche delitto rinnegato dal suo clan, colui che ha fallito la sua missione e si allontana dal consorzio umano non credendosene degno.
L'essere umano privato della sua dimensione comunitaria perde ogni traccia di umanità diventa simile alle bestie, senza anima razionale. Questo spiega perchè l'uomo orientale tradizionale è pronto a qualsiasi rinuncia, all'accettazione di regole a volte assurde e crudeli pur di non essere "escluso" e "rifiutato".
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