In Cina è aperta da aprile una mostra a Pechino sulla storia della regione autonoma del Tibet.
Già più di 80.000 visitatori hanno potuto constatare di persona che in Cina il Tibet non è una questione tabù, è semplicemente una regione che chiede più indipendenza dal governo centrale.
La questione politica però è una minima parte del problema, con negoziati seri e ponderati si potrebbe anche in tempi brevi giungere ad un accordo, il problema maggiore risiede nella percezione che i tibetani hanno dei cinesi, visti come invasori, oppressori e limitatori della loro libertà religiosa e culturale. Così forse non è del tutto vero ma il superamento di questo ostacolo è di grande importanza per costruire un futuro pacifico tra il Tibet e la Cina.
Anche da parte cinese c'è una percezione errata della questione: il governo tibetano in esilio in India ha subito un lungo processo di democratizzazione e non va più quindi pensato come il governo teocratico dei secoli passati, visto da Pechino come arretrato e incapace di stare al passo con la modernizzazione.
Il Tibet oltre ad essere una terra meravigliosa è una regione strategica, fondamentale per lo sviluppo economico cinese, e il principio della sovranità e dell'integrità territoriale si opponongono al suo desiderio di indipendenza.
Pechino Palazzo della Cultura delle Nazionalità: da aprile al 27 luglio
Il terremoto che ha colpito al cuore la Cina e si è portato via 70.000 persone è davvero la più grande sciagura che poteva colpire questo paese che si apprestava con tanto entusiasmo a festeggiare ad agosto i giochi olimpici.
La questione tibetana appare di colpo sullo sfondo una questione risolvibile con buona volontà e sacrifici da entrambe le parti ma il Sichuan è una terra di macerie, la potenza di distruzione con cui il terremoto si è abbattuto lasciando dietro di se tanto dolore e incredibilmente tanta solidarietà, ha davvero qualcosa di sovrannaturale.
Nella storia della repubblica, mai i cittadini si erano potuti organizzare autonomamente e partecipare ai soccorsi. Mai un presidente cinese si era recato sul luogo del disastro a rischio
della vita per le numerose scosse di assestamento, per organizzare i soccorsi e testimoniare la gravità del dramma alle autorità di Pechino.
Il governo centrale per la prima volta nella sua storia ha posto in secondo piano le sue esigenze di autonomia e sicurezza a favore della salvezza della vita dei cinesi superstiti. La teoria politica si è piegata alla concretezza, e questa trasformazione depone a favore della certezza che l'immobilismo cinese stia sul serio sgretolandosi lasciando aperta la strada verso la modernità.
Mancano ormai poche settimane alle Olimpiadi ed oltre 21.500 giornalisti stranieri giungeranno in Cina per i Giochi, in programma dall'8 al 24 agosto.Il Premier cinese ha detto: “Noi diamo il benvenuto ai giornalisti internazionali di tutti i paesi." riferendosi ai giornalisti giunti per documentare i danni del terremoto ma le preocupazioni del comitato internazionale dei giornalisti ora si sono spostate e proiettate ad agosto.
A mio avviso è un falso problema in questo frangente ma la libertà di stampa in Cina è sempre stata una questione delicata soprattutto per i giornalisti cinesi. Le indicazioni del comitato sono in questa direzione soprattutto atte a tutelare i propri assistenti cinesi e le proprie fonti che potrebbero incorrere nell'arresto se sorpresi a divulgare notizie riservate o a trattare temi sensibili.
"I giornalisti che giungono in Cina dovrebbero essere consapevoli dei rischi che possono correre le persone che loro assumono o intervistano, così come dei rischi che loro stessi corrono".
Temi sensibili sono considerati:
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E' di oggi la notizia che Khedroob Thondup ha ricevuto qualche settimana fa da un alto funzionario cinese l'invito per il Dalai Lama a partecipare ai giochi olimpici di Pechino 2008.
Il capo religioso del buddismo tibetano non si è mai dichiarato contrario ai giochi olimpici visti come un'occasione di incontro, una festa dello sport che avvicina i popoli e non li divide nonostante gli scontri che hanno accompagnato la vigilia di quest'avvenimento. 
Se accettasse l'invito sarebbe un grande passo avanti che auspicherebbe mosse distensive come la liberazione dei prigionieri, la discussione su maggiori autonomie nel quadro dei rapporti già instaurati e magari il rientro in Tibet del governo ora in esilio dopo le tensioni del marzo scorso quando a Lhasa si sono verificate manifestazioni anticinesi seguite da un deciso intervento di Pechino.
Il buddismo è una religione che trasmette un profondo messaggio di pace e molti funzionari cinesi seguono i suoi dettami per cui è evidente che il Dalai Lama accetterà se saranno garantite le condizioni necessarie.
La libertà religiosa è una questione delicata ma è di sicuro un terreno su cui si può instaurare un discorso più ampio che potrebbe comprendere anche questioni come i diritti umani, i diritti delle minoranze, la libertà di coscienza.
Il buddismo tibetano trova più ostacoli alla sua diffisione perchè è una teocrazia ovvero il capo religioso è nello stesso anche il capo politico del Tibet, fatto che pone in essere un conflitto di sovranità tra stato cinese e regione del Tibet. Vedremo Sua Santità che scelta adotterà.
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